Quando si ha un progetto, anche l’Arte cresce_ A New York si pensa un vero “Piano” per l’arte in periferia

New York: Piano per l’arte in periferia

–di Fulvio Irace 04 maggio 2017

Mercoledì 26 aprile è stato consegnato agli studenti di New York il Lenfest Center for the Arts, la scuola d’arte progettata dal Renzo Piano Building Workshop. Si tratta del penultimo tassello del nuovo campus della Columbia University, una delle più prestigiose e antiche istituzioni americane , che dal 1896 ha la sua sede principale a Morningside Heights, nella monumentale cittadella del sapere che Mead & White avvolsero nell’accademica veste di una Atene del XIX secolo.

L’ampliamento – disegnato da Renzo Piano sulla base di un masterplan in associazione con lo studio americano di SOM – non risponde solo alla necessità di trovare nuovi spazi con strutture adeguate ai cambiamenti delle istituzioni del sapere. È piuttosto il frutto di una visione strategica di profonda portata, nata ormai circa quindici anni fa dalla mente del suo presidente Lee Bollinger che l’architetto genovese ha interpretato e declinato con quella sensibilità “italiana” che riconosce al luogo pubblico l’essenza più tipica dello spazio urbano, la città.

Nel suo discorso inaugurale lo sorso anno, Bollinger aveva delineato con lucidità la portata a largo raggio di una visione del futuro delle università che non riguarda solo l’America ma chiama in causa direttamente le responsabilità di accademici e governanti di tutto il mondo. «Le prospettive di miglioramento nella conoscenza sono in costante evoluzione» ha detto Bollinger prendendo la parola nella piazzetta all’italiana che Piano ha voluto inserire come spazio urbano tra i vari blocchi dei nuovi edifici. «E così si può dire dei bisogni dell’umanità, i quali, per parte loro, devono modellare la natura e il carattere della nostra missione, servire l’interesse pubblico. Un’università veramente grande, e la Columbia lo è» ha proseguito proseguito Bollinger «continuerà a chiedersi se deve modificare il modo in cui svolge tale servizio. È mia opinione personale che le strutture intellettuali da noi ereditate non siano oggi correttamente allineate con i più importanti problemi e con le questioni con cui l’umanità deve misurarsi. E anche se ciò non fosse vero, le straordinarie esigenze attuali del mondo rappresentano un urgente e irresistibile appello alle università perché siano più direttamente coinvolte di quanto per molti anni non siano state nell’implementazione del sapere e di quei valori che difendiamo e proteggiamo con tanto zelo. Sia come sia, il periodo di sviluppo del campus di Manhattanville dovrebbe essere un tempo nel quale dimostrare quel coraggio e quella fiducia in noi stessi necessari per riconsiderare ciò che pensiamo importante e i ruoli che dovremmo assumere nel mondo».

Qual è il ruolo che l’architettura – con i suoi volumi, i suoi linguaggi, i suoi spazi – gioca nella costruzione di un’ideale? È l’interrogativo che Piano non ha mai smesso di porsi ogni volta che è stato chiamato a dar voce a quegli edifici collettivi in cui si solidifica il senso dell’istituzione. E se si pensa alla straordinaria opportunità che il caso e il talento gli hanno gettato tra le mani nella sua lunga stagione americana, si può forse concludere che una risposta l’ha trovata. E soddisfacente. Dalla Menil Foundation nel 1982 a Houston alla recente avventura della Columbia University, l’architetto italiano si è ritagliato lo status forse unico di “voce“ dell’America liberal, l’America pre-Trump che credeva nella convivenza, nell’integrazione, nella mescolanza proficua delle culture. L’America dei tanti nuovi musei d’arte e di scienza (a New York, Boston, Los Angeles, San Francisco, eccetera), dei giornali progressisti (la sede del New York Times), delle biblioteche (la Morgan Library), e ora delle università. Un pezzo d’Italia fuori d’Italia, come lo celebra anche il numero di maggio di «Domus» dedicato alle eccellenze del nostro paese e come d’altra parte gli riconoscono i suoi committenti, che in fondo gli chiedono semplicemente di svolgere il suo compito d’architetto seguendo quella vena di antiretorico umanesimo che gli è sempre stata congeniale.

Un campus umanistico voleva Lee Bollinger, dove arte e scienza dialogano assieme, come accade nei due blocchi affiancati del Lenfest Center e dello Zuckerman Mind Brain and Behaviour Institute. Carol Becker – dean della scuola d’arte che ne ha discusso con Piano sin dall’inizio programma e funzione – in un’intervista di questi giorni ha esplicitato ulteriormente questo punto di vista, precisando che questa contiguità è un dato di partenza e non un risultato casuale della pianificazione dell’area di Manhattanville: «L’istituto Zuckermann è un incubatore di un centinaio di neuroscienziati e comportamentisti. Gli scienziati comprendono meglio di tutti gli altri le relazioni tra ciò che facciamo noi nel campo delle arti e la loro specifica attitudine di ricerca. Noi siano coinvolti in continue sperimentazioni; ma anche loro, come noi, sperimentano, si prendono rischi, e creano nuovi campi di conoscenza. Il fatto che siamo così spazialmente connessi ci darà opportunità di aprire una collaborazione costante tra artisti e scienziati e questa comune convergenza è un’affermazione precisa di quello che dovrebbe essere un campus del XXI secolo».

Ma creare un campus umanistico può rimanere solo un’ aspirazione se non c’è qualcuno in grado di interpretarla nella sua concreta materialità. Il merito di Renzo Piano è di aver provato a sintetizzare questi concetti con quella apparente semplicità che hanno sempre le cose fatte bene: quella semplicità che, come in un film o in una pagina ben scritta, nasconde la fatica del fare, sublima la complessità degli assunti traducendoli in aforismi smaglianti, come pietre naturali cui si riconosce un’immediata, istintiva bellezza.

«Il vero tema – ci ha detto l’architetto – è quello di dare dignità a un luogo, di rappresentare l’affidabilità di un’istituzione. In passato per farlo c’è stato bisogno, come nell’originaria sede di Columbia a Morningside, di ricorrere all’autorevolezza della storia, al riferimento degli stili. Ma, se il passato è veramente dentro di noi con i suoi valori, non abbiamo bisogno di riprenderne le forme: dobbiamo anzi guardarci attorno a capire la natura della città che ci circonda. In questo caso l’Harlem di West Side Story, la città della periferia, il retroscena della Manhattan dei grattacieli. Nell’area in cui ci siano insediati e che stiamo completando con la costruzione del Forum (il punto di convergenza della discussione tra tutte le discipline che si insegnano a Columbia) e del Columbia World Project(il centro di tutti temi che affrontano la globalizzazione, dalla sociologia all’economia, alla politica, all’arte), le presenze più forti sono quelle industriali: la soprelevata di Riverside Drive e quella della subway che in questo punto sale in quota, una manciata di fabbriche come Studbaker o la centrale per la pastorizzazione del latte… insomma la memoria industriale della città di ferro che ha rafforzato la convinzione dell’università come fabbrica del sapere. Fabbriche trasparenti e permeabili, che non erigono muri come difese dagli intrusi, ma al contrario stanno leggere sopra il filo della strada, in modo che la vita del quartiere fluisca dentro non sentendosi esclusa».

Un’architettura di periferia insomma, come è stato anche il caso del Whitney nel Meat district, che di quella ferrignità del paesaggio novecentesco ritiene l’apparente durezza del suo scafandro metallico. Le scuole di Columbia sono senza fronzoli come richiede una periferia che non vuole essere gentrificata per farne terreno di caccia per ricchi: deve avere un’austerità e al tempo stesso una facilità d’uso che ne incoraggi l’accesso facendo sentire la cultura come un investimento per la persona.

«È la periferia di cui ho più volte parlato su queste pagine ai lettori del Sole» dice Piano. «Solo che in questo caso se ne mostra un altro aspetto: non più quello del rammendo, ma quello dell’investimento. Il rammendo è utile in molte situazioni, ma non può essere l’unica chiave. Ci vogliono a volte – ed è il caso di New York o anche di Parigi dove alla periferia Saint Denis sto costruendo un nuovo tribunale – grandi responsabilità e grandi risorse per impiantare edifici complessi e importanti che riportino vita dove il tessuto sociale si è sgranato».

(C) Il Sole 24 Ore http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-05-04/new-york-piano-l-arte-periferia-171542.shtml?uuid=AEwaxzBB&refresh_ce=1

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